Cronache dalla Corsia – Episodio 7

Episodio 7 – A month is not enough

Salve, vi ricordate di me? Sono il protagonista della prima stagione di Cronache dalla Corsia, la serie più appassionante tra tutte quelle uscite su questo blog. Se non sapete di cosa io stia parlando potete sempre recuperare andandovi a leggere gli episodi precedenti, cosa che potete fare facilmente pigiando qui.

Intanto vi tranquillizzo: al momento non sono ricoverato e sto abbastanza bene. Questo episodio serve solo per dire che la seconda stagione è imminente; del precedente cast solo il protagonista sembra essere stato rinnovato, per il resto sarà una serie completamente nuova, godibile anche da chi non abbia seguito la prima stagione (che comunque è sempre disponibile qui, eh).

Ma, per chi avesse seguito le precedenti vicende (che, vi ricordo, trovate qui), che cos’è successo in questo mesetto dopo le mie dimissioni dall’ospedale? L’attacco di diarrea con cui si chiudeva l’ultimo episodio si è risolto per fortuna nel migliore dei modi, con l’arrivo di un autobus e il rapido ritorno a casa. Un paio di giorni dopo si è fatta viva la dottoressa del reparto, dicendomi con fare cospirativo “vieni a trovarmi che ti dico come fare”. Sono perciò tornato in corsia (ovviamente durante un’emergenza che mi ha costretto ad attendere una mezz’ora), dove la dottoressa mi ha detto “eeeh certo che non potrei dirti una cosa del genere proprio qui in reparto”. Fortissimo è stato l’impulso di rispondere “allora potevi darmi appuntamento al ponte da’a Majana a mezzanotte”, ma ho mantenuto un perfetto aplomb continuando a fissarla negli occhi senza battere le palpebre. Non è bastato, visto che lei doveva prima parlare con il chirurgo. Tutto ciò che ho ottenuto è stata la promessa di un nuovo contatto telefonico.

Uscendo dal reparto, decido di avere ancora del tempo da perdere e vado in cerca dell’ufficio che rilascia copia delle cartelle cliniche, che non si sa mai che la mia cartella mi serva prossimamente. Lì mi attende una bolgia dantesca. C’è una stanzina con lo sportello, dove ci sono due operatrici particolarmente simpatiche (potrebbe non essere vero) e una procedura ottimizzata per garantire la migliore esperienza possibile all’utente. Bisogna prendere un modulo e compilarlo (senza che alcuna delle penne disponibili funzioni), leggere tutti i cartelli affissi (parzialmente contraddittori), fare la coda (ma entrando solo uno per volta nonostante gli sportelli siano due), vedersi passare avanti qualcuno senza aver ben capito perché, quindi scoprire che dopo aver presentato la domanda bisogna andare a un preciso sportello di un altro edificio, quello dove si pagano i ticket, però autorizzati a saltare la coda col rischio di farsi menare, pagare, tornare al primo sportello, passare avanti nella coda (e adesso si capisce perché c’era gente che scavallava prima), terminare la registrazione della domanda e poi sentirsi dire “torna tra un mese, ma prima di venire chiama perché di solito ritardano”. Per fortuna io ho deciso di investire 5 euro per farmi spedire tutto a casa, ma comunque il concetto è sempre “se tra due mesi non ti è ancora arrivato, chiamaci”. In tutto questo, mi scordavo di dirlo, la coda è stata rallentata da almeno due persone imbufalite da questa procedura del cazzo creativa e rimandate a casa dalle due operatrici, la cui cordialità e affabilità è stata subito elevata a paradigma.

Ma torniamo alla vicende cliniche in senso stretto. La dottoressa mi ha effettivamente richiamato il giorno dopo per girarmi il contatto del chirurgo: sono perciò andato prontamente a fare una visita privata dal suddetto (dalla parte opposta della città, inutile specificarlo) con lo scopo di farmi mettere in lista di priorità per l’intervento all’ospedale.

A onor del vero, fino all’ultimo sono rimasto in ballottaggio con l’altra opzione praticabile, cioè ricorrere alla clinica privata suggeritami dal mio gastroenterologo. Naturalmente l’appuntamento con il chirurgo e quello con il gastroenterologo mi sono stati fissati alla stessa ora ai due lati opposti della città e subito prima del ponte del 2 giugno, cosa che impediva una ripianificazione rapida di uno dei due, e quindi sono stato costretto a operare una scelta. Ho scelto una struttura pubblica invece che una clinica convenzionata semplicemente perché gli ospedali sono meglio attrezzati per le emergenze: se c’è un piccolo margine di rischio a fronte di un intervento come quello che devo affrontare, meglio ridurlo al minimo.

(Senno di poi: probabilmente è stata la scelta sbagliata, altrimenti non sarei ancora qui ad aspettare.)

Il chirurgo si è rivelato assai preparato e professionale. Mi ha confermato di operare in un reparto (detto “Week surgery”, o forse “Weak surgery”, non ho capito bene) con tempi di attesa rapidissimi, non condiviso con oncologia come il reparto Chirurgia (e quindi con compagni di stanza tendenzialmente meno gravi), ti metto in lista subito e vedrai che si risolve al volo. Per fare prima mi basta passare in reparto, dalla solita dottoressa, per fare copia di tutta la mia cartella con lo scopo di velocizzare alquanto la preospedalizzazione (ah, che bello scoprire quanto sia stato inutile rivolgersi al dantesco sportello per il rilascio dei referti, quando invece bastava andare in reparto e farsi fare di nascosto una fotocopia!).

Mi chiede soltanto, in aggiunta, di fare una gastroscopia. Giusto per essere sicuri che non ci siano altri problemi, e chiedendosi perché mai all’ospedale non me l’abbiano fatta (già, chissà come mai). Vado così anche dal gastroenterologo, che la gastroscopia me la fa subito. C’è un polipo strano nello stomaco, facciamo una biopsia e servirà una settimana per il responso. Nel frattempo siamo arrivati al 28 maggio, è passata una settimana dalle mie dimissioni.

La settimana successiva passo in corsia a prendere la mia cartella clinica. La dottoressa fruga nell’armadio, prima nel ripiano giusto, poi in tutti gli altri e alla fine mi dice candidamente “non c’è, mi sa che è sparita, mi spiace, arrivederci”. Superato il primo momento di shock, e superato anche l’impulso di sfondarle lo sterno, estrarne il cuore e divorarlo ancora palpitante, chiedo umilmente “posso controllare anch’io?”. Ovviamente trovo subito la mia cartella, che era l’ultima del primo ripiano dove lei aveva guardato. Peccato che questo personaggio della dottoressa non sia stato rinnovato per la seconda stagione, sono sicuro che ci avrebbe riservato altre soddisfazioni.

Il 6 giugno passo poi a ritirare il referto della biopsia, che però non è ancora arrivato. La segretaria del gastroenterologo chiama il laboratorio di analisi e insomma alla fine il problema è che la segretaria non riesce a scaricare le email da tre giorni, ma alla fine si collega da un altro PC e ci riesce (mi sono anche offerto di provare a sistemare la sua configurazione, ma si è un po’ piccata e ho desistito). Il referto infine arriva: tutto a posto nel mio stomaco, sospiro di sollievo.

Il giorno successivo ho la visita con l’anestesista per la preospedalizzazione. Mi hanno fissato l’appuntamento per le 9 del mattino. Quando arrivo, un po’ in anticipo, la sala d’attesa è letteralmente intasata di gente: solo posti in piedi. Mi sfiora il sospetto che siano stati convocati tutti per le 9 del mattino. Chiedo in reception e invece, colpo di scena!, il mio appuntamento era un appuntamento vero, non dovendo io fare accertamenti aggiuntivi: vengo accompagnato da una gentile hostess fino alla stanza dell’anestesista, e alle 9:15 sono già fuori. Probabilmente questa è stata l’esperienza più straniante di tutte le mie vicende ospedaliere.

A questo punto aspetto la chiamata per il ricovero. Il chirurgo mi aveva detto “ti operiamo due-tre giorni dopo la preospedalizzazione”, ma – scopro – aveva mentito spudoratamente. Mi chiamano infatti dopo dieci giorni, fissandomi la data dell’intervento per il 21 giugno, appena un mese dopo le mie dimissioni dal reparto. In questo mese, lo ricordo, ho continuato a mangiare come se fossi all’ospedale, tremando a ogni pasto per l’ansia di una ricaduta. Per fortuna sembra che la dieta sia servita al suo scopo.

Siamo perciò pronti all’intervento, tutto è organizzato; l’unica ansia è di non prendermi un raffreddore, perché se mi viene la febbre tocca rimandare l’operazione.

Venerdì pomeriggio però arriva una nuova telefonata dall’ospedale: “Ehi, ciao, lo sai che abbiamo avuto casini con la sala operatoria e tutte le operazioni programmate sono state rimandate? Lunedì la caposala fa la ripianificazione e ti facciamo sapere la nuova data per l’intervento! Ciaone!!”.

La seconda stagione perciò non inizierà il 21 giugno come previsto, ma in nuova data ancora da definirsi. Ciaone anche a voi.

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