Cronache dalla Corsia – Episodio 12

Episodio 12 – Prolasso finale

Dopo una notte tranquilla i miei nuovi amici, Catetere e Catarro, vengono velocemente rilasciati. Nessuno prende il loro posto; io mi godo (ve lo anticipo: per poco) la camera singola.

Passa il mio medico e mi dice: ti vorrei mandare a casa domani, ma ieri avevi i valori della bilirubina sballati e dobbiamo vedere se sono rientrati. Io dico che per me non ci sono problemi a restare anche fino a lunedì, ma lui mi fa notare che il reparto di week surgery chiude di domenica, e tutti i pazienti ivi rimasti devono essere spostati in chirurgia, assieme agli operati gravi, non come in questa isola felice ma nella terribile bolgia dove è pianto e stridore di denti. Avverto un fremito, e il fatto che bilirubina sembri un termine inventato apposta come pretesto narrativo per darmi modo di prolungare questa emozionante avventura in un contesto più “interessante” (per voi, brutti bastardi senza cuore) non aiuta a farmi sentire più tranquillo.

Sì procede quindi al prelievo, e l’infermiere fatica non poco a trovare una vena visibile da cui pescare. Dopo aver smucinato allegramente sull’attaccatura del mio gomito (ma il fatto che lì ci sia ancora un livido dal mio ricovero precedente avrebbe dovuto dirgli qualcosa…), decide infine di attingere dal dorso della mano destra, dove ovviamente rimane un’altra bella chiazza viola.

Arrivano poi a darmi l’antibiotico, e faccio gentilmente notare che è da ieri che l’agocannula sul mio braccio sinistro è diventata inutilizzabile perché la vena è andata in flebite e nessuno me l’ha ancora sostituita. Visto che è l’ultimo giro e poi la cannula non dovrebbe più servire, proviamo lo stesso, con il risultato che l’antibiotico finisce sul materasso invece che dentro di me.

L’infermiere decide quindi di sospendere l’antibiotico dicendo “chiedo al dottore un sostituto orale” (che non arriverà mai). Gli chiedo di togliere la cannula ma lui dice “devo metterne una nuova, non puoi stare senza in ospedale”. Comprendo la richiesta e l’esigenza, ma vista la difficoltà nel trovare la vena per il prelievo, rimanda la cosa a più tardi e scompare in una nuvola di fumo.

La giornata passa spedita, almeno finché non mi annunciano che devo cambiare stanza: in tutto il reparto siamo rimasti infatti in soli due uomini. Vengo quindi traslato insieme a un tipo che è stato operato di emorroidi con prolasso anale. Ora, alle emorroidi ci arrivo, ma non è che io abbia ben chiaro che cos’è il prolasso anale. Tuttavia, stavolta eviterò di cercare su Google; mi accontento di sapere che è l’operazione di routine dal decorso più doloroso in assoluto. Il tipo doveva essere dimesso stamani, ma ha implorato i medici di tenerlo un altro giorno solo per poter avere ancora antidolorifici.

Durante il pomeriggio, arriverà l’infermiera che nei giorni scorsi ho già imparato a conoscere per alcune sue uscite ai margini dell’agire nella legalità (non posso parlarne, davvero, c’è almeno una cosa – fatta per venire incontro a un paziente – che è a rischio di licenziamento) e che per semplicità chiameremo Fujiko, come la complice di Lupin III.

Dicevo, arriva Fujiko e il nostro amico Prolasso chiede quando potrà avere un nuovo antidolorifico. Lei precisa che può averlo subito, basta chiedere, ma che gli antidolorifici devono essere sempre richiesti dai pazienti, mai passati d’ufficio. Prolasso pensava di non poterne avere uno prima delle 20 e stava già soffrendo le pene dell’interno; scoprire di avere sofferto inutilmente nelle ultime due ore è stato un brutto colpo, ma si è subito consolato quando gli antidolorifici hanno fatto il loro effetto. Ne sono contento anch’io, perché mi ha notificato il fatto che durante le notti precedenti urlava letteralmente dal dolore (spero che non accada anche stanotte, se domani sentite di un tipo precipitato per errore nel cortile del San Giovanni, ecco, potrebbe non essere un errore).

Già che ci sono, faccio presente a Fujiko (no, non è gnocca come la Fujiko che avete in mente, e anche l’età non è la stessa) il mio problema con l’agocannula e lei decide di sostituirla. Molto bene: strappa il vecchio cerotto (ahi), toglie l’ago, prende un nuovo ago, cerca la vena nello stesso braccio ma più in alto ma non trova nessun giacimento che meriti un tentativo di prospezione, quindi desiste e prova a metà dell’altro avambraccio. Infila sicura l’ago e manca la vena di un chilometro. Prova altri due affondi ma è nuovamente costretta a rinunciare. “A questo punto” mi dice risoluta, “non rimane che metterla sull’interno del gomito destro”. Cioè, mi impedisci praticamente di muovere il braccio destro fino a domattina per mettere una cannula che comunque non dovrai usare mai? Facciamo che io ti firmo un documento dove rinuncio alla cannula e mi prendo io stesso i rischi di questa decisione? È dubbiosa, ma alla fine mi dà ragione, e si dimentica pure di farmi firmare il foglio (è proprio una ribelle!!).

Ah, una cosa che devo dire ma che sto rimandando da qualche giorno: in questa tornata ospedaliera ho ricevuto poche visite: grazie a chi è venuto, anche nei giorni subito dopo l’intervento, in cui credo di essere stato socievole quanto uno scaldabagno, e grazie anche a chi mi aiuterà negli spostamenti dei prossimi giorni.

Già, perché non vi ho detto che le analisi del sangue sono a posto: domani, se tutto va bene, mi mandano a casa. Il fatto che io abbia ancora qualche linea di febbre mi sembra l’ultimo dei problemi.

A domani quindi per il gran finale, con il momento che tutti aspettano da giorni: la rimozione del drenaggio! Se è come me la ricordo dalla volta scorsa, ci sarà da divertirsi!

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