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Storia di Andrea #10

Viviana abitava vicino al pozzo.

Amava la frutta, gli animali, e disegnare. Sua madre le aveva regalato un blocco di fogli rilegati, e alcune matite a carboncino. Spesso si metteva in disparte, mentre gli altri bambini giocavano, e disegnava in silenzio il mondo che la circondava.

Le piaceva disegnare gli alberi, i gatti e l’edera sui muri.

La conoscevo di vista, perché anche lei frequentava la scuola. L’avevo spesso scorta in disparte che disegnava, ma non avevo mai osato avvicinarmi a lei. Non mi piaceva la compagnia delle persone, e rispettavo chi mostrava di pensarla nello stesso modo.

Aveva due anni meno di me, ma nel corpo era già una donna fatta. Quel giorno, al pozzo, portava i capelli biondi raccolti in una coda, e indossava un abito un po’ troppo corto di maniche, segno di una crescita veloce e ancora troppo recente. Stava disegnando il profilo del pozzo, attratta dall’edera che vi si arrampicava sopra. Al mio arrivo, sembrò riscuotersi da un sogno e mi fissò.

Sembrò decidere per un attimo se rappresentassi o meno un pericolo per lei, quindi mi fece un cenno con la mano, perché mi andassi a sedere al suo fianco. Mi mostrò il suo disegno come si mostra un tesoro. Non avevo mai conosciuto qualcuno che fosse così bravo a tenere in mano una matita.

Non osai chiederle di poter vedere anche i disegni alle pagine precedenti del suo blocco, né lei me lo propose. Parlammo però del pozzo, del paese, della scuola e dell’estate.

E in un attimo quell’estate volò via.

Ogni mattina la dedicavo allo studio presso la casa dell’Insegnante, i pomeriggi invece li passavo con Viviana, a disegnare, sognare, passeggiare, e a scoprire insieme, con una naturalezza che anche a noi parve persino troppo spontanea, come i nostri corpi stavano cambiando.

Nei cespugli sopra al torrente scoprimmo l’eccitazione dei baci; dentro al vecchio granaio, riempito con i covoni dell’ultimo raccolto, imparammo a darci reciproco piacere.

Finché, in un giorno di settembre, complici le giornate che si accorciavano, il tramonto non ci sorprese anzitempo. Era ormai troppo tardi per me per mettermi in cammino verso casa.

Quella notte rimasi quindi lì, nel granaio, senza il permesso di mia madre.

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Storia di Andrea #9

Quell’estate me la sarei ricordata a lungo.

Passavo i miei pomeriggi nella casa dell’Insegnante, con la testa immersa nei suoi mille libri. Avevo iniziato con la botanica, ma la conoscenza chiamava nuova conoscenza, e avevo così finito per appassionarmi anche  di animali, e di geografia, e di storia.

Nonostante per me il mese di luglio fosse sinonimo di libertà dagli obblighi scolastici, quell’anno non mancai di scendere al paese ogni volta che potevo, quasi ogni giorno. Mia madre mi lasciava andare senza fare storie; tanto era forte la mia passione per ciò che scoprivo in quella casa e nei libri in essa contenuti, che neppure mi accorsi del suo inconsueto comportamento. Un occhio attento si sarebbe sicuramente avveduto di come essa mi liquidasse quasi in fretta, al mattino, come se altre faccende più pressanti la intrattenessero. Avrei dovuto notare anche che, alla sera, in casa il pane non mancava mai. Eppure non ero più io a passare dal fornaio al ritorno da scuola, perché rimanevo sui libri fino quasi all’imbrunire, per poi dirigermi di corsa verso la Montagna per giungere a casa prima che facesse del tutto buio.

Ma c’era un altro motivo per la mia distrazione, oltre alla passione per lo studio. Quell’estate aveva infatti risvegliato in me nuovi e inconsueti appetiti; rifuggivo come sempre la compagnia dei miei coetanei, ma percepivo al contempo un’attrazione morbosa verso il loro mondo. Mi giravo nel letto, la notte, sorprendendomi con il bisogno di un contatto fisico o di un abbraccio. E in tutto questo anche il mio corpo stava cambiando, non c’era dubbio.

Fu con questi sentimenti contrastanti, con la mia mente contesa tra il desiderio di sapere e quella smania che mi agitava senza che me ne fosse del tutto chiara la ragione, che giunsi in paese in un mattino di fine luglio.

L’Insegnante, scoprii, stava male: la sua casa per quel giorno mi sarebbe stata preclusa. Di tornare sulla Montagna così presto, ovviamente non se ne parlava. Bighellonai un po’ per le vie del paese, e infine mi diressi verso la Roccia del Pozzo, là dove le donne andavano ad attingere l’acqua.

A quell’ora, oltre la metà della mattinata, il pozzo era deserto. Fu proprio lì che incontrai Viviana.

Storia di Andrea #8

A scuola andavo piuttosto male.

L’interesse per le materie di studio, come già ho raccontato, era per me praticamente nullo. Non c’era utilità per letteratura e aritmetica, là sulla Montagna, dove le uniche materie necessarie erano quelle legate alla sopravvivenza. L’arrivo dell’Insegnante, tuttavia, minò alla base questa mia certezza.

Il suo carisma mi sedusse da subito, ma non fu sufficiente a farmi interessare davvero allo studio. Poi, un giorno, l’Insegnante giunse a scuola con un grosso libro illustrato, sul quale erano raffigurate centinaia di varietà di piante e arbusti, frutti ed erbe medicinali.

Conoscevo già molte di quelle piante, perché le incontravo nel bosco. Sapevo che il dragoncello e la maggiorana si usavano in cucina, che un decotto di menta aiutava a curare il mal di gola, ma la mia conoscenza erboristica arrivava poco più in là. Dai funghi poi mi tenevo ben distante, perché sapevo che un errore di valutazione nella raccolta poteva portare anche alla morte.

In quel libro, invece, era distillato tutto un sapere che ignoravo esistesse, e che, mi resi conto con sorpresa, volevo assolutamente fare mio: quali segreti si nascondevano nel pino e nel ginepro, nel mirto e nella calendula?

Durante l’intervallo della lezione, mi avvicinai con timore a quel libro e presi a sfogliarlo con avidità. L’Insegnante mi si avvicinò di soppiatto alle spalle e forse sul suo viso comparve un’espressione di soddisfazione, perché finalmente non risultavo indifferente a una materia scolastica.

Aveva trovato il modo per fare breccia nel mio cuore, e approfittò subito del varco aperto per intrufolarsi.

“Ti piacerebbe leggere questo libro dopo la scuola?”

Non credevo a ciò che stavo sentendo. L’Insegnante sapeva che avevo bisogno di ripetizioni, perché non avevo ancora imparato a leggere e far di conto come i miei compagni. Quel libro fu l’esca con la quale mi accalappiò. Mi propose di dire a mia madre che il giorno seguente non avrei fatto ritorno a casa, rimanendo a dormire al paese, ospite in casa sua.

Avrei potuto leggere il libro, e in cambio avrei dedicato parte del pomeriggio a esercitarmi nella lettura.

Mi sembrava uno scambio equo, e accettai. Fu inaspettatamente facile anche convincere mia madre; forse fu l’intensità del mio entusiasmo, forse il fatto che allora lei avesse ben altre faccende per la testa, fatto sta che il giorno seguente, dopo la scuola, entrai per la prima volta nella casa dell’Insegnante.

Fu la prima di una lunghissima serie di visite, diurne e notturne.

Con gli occhi di oggi direi che allora fui vittima di una manipolazione, di una violenza psicologica e, più avanti, anche fisica. Ma giudicare ciò che accadde allora in base a ciò che sono adesso significherebbe solo far parlare la rabbia. Quella rabbia che mi porto dentro e che ripete incessantemente al mio cuore quanto sarebbe bello avere ancora dodici anni nel corpo, ma l’età adulta nello spirito, perché la vita non ti possa fregare più.

Storia di Andrea #7

Fin dalle prime ore del mattino sentivo che quella sarebbe stata una giornata speciale.

Una insolita euforia mi si era insinuata dentro durante la notte, e aumentò durante il tragitto verso la scuola. Ad attendermi trovai i miei soliti compagni, ma non c’era la supplente che aveva preso ormai da settimane il posto della nostra maestra defunta.

Iniziammo perciò a giocare in classe; non ricordo esattamente che gioco fosse, fatto sta che a un certo punto fui proprio io a ritrovarmi in piedi su un banco, mentre altri mi cingevano d’assedio.

Il saluto che mi giunse alle spalle mi raggelò. Mi voltai, trovandomi così di fronte per la prima volta al viso che avrebbe animato i miei incubi ricorrenti per gli anni a venire.

L’Insegnante mi guardò, scrutò l’aula e poi, in tono pacato, chiese a tutti, e a me in particolare, di tornare con i piedi per terra. Scesi dal banco. “Qual è il tuo nome?” mi chiese. “Andrea”, risposi tentennante, incapace di distogliere lo sguardo dal suo. Quei due occhi di ghiaccio mi stavano penetrando dentro con una violenza mai avvertita prima d’allora.

Quella mattina seguii la lezione con un interesse nuovo, già completamente succube del carisma dell’Insegnante. Non trattava di cose più interessanti del solito; a dire il vero non ricordo assolutamente di che cosa ci parlò, probabilmente la solita grammatica, la solita geometria. Ma era la sua persona a fare tutta la differenza.

Ancora oggi, dopo gli anni che sono passati, dopo tutto ciò che accadde in seguito, non riesco a capire che cosa mi sedusse quel giorno. Forse fu solo la persona giusta al momento giusto, ciò di cui avevo esattamente bisogno per lasciarmi l’infanzia alle spalle.

Ancora non lo sapevo, ma stavo entrando in qualcosa che mi avrebbe cambiato il cuore e la vita.

Soprattutto, ancora non sapevo quale prezzo avrei dovuto pagare.

Storia di Andrea #6

C’è questo sogno ricorrente che mi perseguita fin dall’infanzia. O forse dovrei chiamarlo ricordo, ma non ho la certezza di averlo davvero vissuto. Forse lo ho rivisto così tante volte durante la notte da iniziare a pensare che non si tratti solo di una mia fantasia.

Sto tornando a casa, salgo lungo il pendio. E’ una serata di nebbia fitta, e io avanzo nel bosco come alla cieca, facendo affidamento soltanto sulla memoria dei suoni e dei dettagli. Il rumore del ruscello, la crepa nel terreno, il vecchio ramo sporgente indicano che il sentiero è quello giusto. Poi d’un tratto un dettaglio che non torna, non riconosco più un sasso, anche gli uccelli smettono di cantare, e mi ritrovo fuori dal sentiero.

Mi viene voglia di urlare, ma ho paura. Sento che un grido romperebbe il grigio incantesimo che è sceso sulla Montagna, rendendola di nuovo visibile al passo degli umani e suscitando la sua collera. I versi degli animali mi arrivano lontani e ovattati. Tutto intorno a me è come immerso in una lanugine biancastra, che rende faticoso ogni singolo passo, come in un mare denso e vischioso.

Una piccola luce si accende e si spegne in un soffio alla mia destra. Odo forse una risata, oppure è il verso di una civetta che si allontana. Tremo, incespico e cado a terra, battendo un ginocchio. Il tonfo della mia caduta arriva alle mie orecchie come se non mi appartenesse. Mentre mi massaggio la gamba dolorante, percepisco l’incedere sommesso di passi, che piano piano si avvicinano verso di me.

La luce tremolante continua a baluginare, scompare tra gli alberi e poi riemerge, diventando sempre più grande. Qualcuno viene verso di me con in mano una lanterna, percepisco l’odore del petrolio bruciato. Vorrei fuggire, ma la gamba mi fa troppo male, riesco a fatica a rimettermi in piedi. Sento solo un rumore, ed è quello dei miei denti che battono al ritmo con il mio cuore.

Quando la figura arriva di fronte a me e la sua luce le illumina il viso, urlo in preda al terrore. Quindi, incurante del dolore alla gamba, corro a perdifiato verso casa, sprangando infine la porta alle mie spalle.

E’ allora che mi volto, e vedo di nuovo quel volto, che però stavolta mi sorride.

Mi sveglio, ma la nebbia è ancora lì, immobile. Ho le mani e il collo sudati, eppure tremo dal freddo.

Storia di Andrea #5

Quando quella mattina arrivai a scuola, la porta era chiusa. Tutti gli altri studenti stavano sul piazzale, con gli occhi bassi. Nessuno scherzava; anche i soliti giochi sembravano banditi.

Neppure ci fu bisogno di chiedere. Due bambine mi si avvicinarono e, nonostante non mi avessero mai rivolto la parola prima di allora, sentirono subito il bisogno di informarmi: la nostra maestra era morta.

Mai avevo visto tanta serietà nella mia classe. I più bravi sembravano fare a gara a chi tenesse il contegno più solenne; i più sensibili si premuravano di parlare con tutti, spiegare, confortare. Alcuni piangevano, chi a forti singhiozzi, chi con gli occhi appena umidi. Qualcuno infine si strizzava le palpebre, sforzandosi di far uscire le lacrime, perché proprio non gli venivano.

Si era spenta serenamente durante la notte, ripeteva a tutti un bambino, aggiungendo che non doveva avere sofferto, perché era stata ritrovata sorridente. E lo diceva ogni volta con l’accenno di un sorriso, come per confermare a se stesso di aver detto la cosa giusta.

Negli occhi di tutti vedevo uno smarrimento nuovo. La spavalderia che di solito i miei compagni ostentavano si era improvvisamente fatta da parte, lasciando il posto a un timore sottile, a un’inquietudine alla quale nessuno sapeva dare un nome. Per molti di loro, quello era il primo incontro con la morte. Per gli altri, e per i pochi adulti presenti, era un incontro forse consueto, ma la consuetudine non lo rendeva per questo più sensato, non generava più risposte. Diventava solo più facile comportarsi così come gli altri si aspettavano, ricondurre tutto a schemi già stabiliti, trovare un senso là dove non ce n’era traccia.

Per me era diverso. Avevo già incontrato la morte due volte sulla mia pelle, avevo ucciso animali per mangiare. Non c’era niente di speciale in quella morte; per me non c’era niente di speciale nemmeno nella persona che era morta, una persona che mi insegnava cose che non mi servivano e mi costringeva a passare il mio tempo con bambini che non avevano niente a che spartire con me.

Quando una bambina bionda mi si avvicinò, dicendomi che no, lei non avrebbe voluto le nostre lacrime, ma che noi crescessimo sereni ricordandola come un modello e studiando con diligenza, qualcosa dentro di me all’improvviso si ruppe. Scoppiai a ridere, in una risata fragorosa, inarrestabile.

Rimasi così, inerme e con le lacrime agli occhi, incapace di smettere, lo sguardo di tutti puntato su di me.

Storia di Andrea #4

Si dice che ciò che conta non lo si impari sui libri, ma facendo esperienza della vita. E per fare esperienza della vita non c’è miglior luogo della scuola.

Avendo passato i primi anni della mia infanzia al sicuro tra le mura di casa, alle pendici della Montagna, il primo impatto con la scuola, giù al paese, fu per me un piccolo trauma.

Quello che più mi pesava non era tanto l’ora di cammino per arrivare al fondovalle, né l’ora e mezzo necessaria per rientrare alla sera. Non mi pesava particolarmente arrancare nella neve in inverno, né affondare nel fango del disgelo in primavera. Né mi pesavano i giorni di bufera, perché mia madre allora mi concedeva di rimanere a casa, dove la assistevo nelle sue faccende.

No, quello che mi pesava era rimanere dietro a un banco per troppe ore, imparare cose di cui non capivo l’utilità pratica, ma soprattutto dovermi confrontare con altri bambini che invece in queste cose si trovavano del tutto a loro agio.

Che senso aveva imparare a leggere? Sulla Montagna non mi sarebbe servito. Avevo già imparato a maneggiare la scure per andare a far legna, a distinguere le erbe per cucinare da quelle velenose, a stanare i conigli dalle loro tane e indirizzarli verso le trappole. Tutte cose che i miei coetanei, giù al paese, non conoscevano né erano interessati a conoscere.

Per questo motivo, a scuola, non parlavo quasi con nessuno, aprendo bocca solo quando mi veniva richiesto. Al termine della lezione radunavo le mie poche cose, mi caricavo in spalla la borsa e iniziavo la lunga salita verso casa.

Passando lungo il paese, mi fermavo alla bottega del fornaio, dove spendevo i pochi soldi che mia madre ogni giorno mi dava per acquistare una forma di pane. Poi mi fermavo alla vecchia malga, dove pranzavo assieme ai pastori. Davo loro un po’ del mio pane, e loro in cambio mi offrivano sempre un poco di formaggio. Il pane che arrivava a casa era la metà di quello che avevo comprato, ma mia madre non diceva niente, nemmeno nei giorni in cui i pastori approfittavano un po’ di più della mia generosità.

Ancora non sapevo che quella tranquilla quotidianità sarebbe stata presto sconvolta.