Archivi categoria: Ruzzle Poetry

Estruso panvocalico

La cacca va fatta all’alba, calda calda,
Perché è bene espellere sempre le stesse merde.
Ripigli gli stitici vizi? Insisti? T’indigni?
Fo lo stronzolo sodo, corposo: sconvolto, godo.
Uh, pupù fu.

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Gioielli

I perdoni di amanti son per doni di diamanti.
Più diamanti e perlomeno meno perle, non già giada, seppur che turchese o rubìno rùbino per te.
Collana con lana, maglione con maglie preziose, per oziose mode d’inverno, ma all’inferno le mode mondane: chiamiamo chi amiamo, ché, senza, l’essenza della festa resta mesta e desta lesta mal di testa.
Gioie e gioielli t’intesson tranelli, ma a tinte pastello.

Rocco, il porco rococò

Rocco è sciocco, un vero allocco,
l’oca ha cotto col chinotto!
Spicchi spacca e al tocco e otto
poco cocco spicca a tocchi.

Con il cocchio Rocco incoccia
una cocca con lo spacco:
è Carlotta, è un po’ un’ochetta
ma Eros scocca, e Rocco è cotto!

Spazzacamino

Tutto attivo, a stento attento
su ottantotto stretti tetti
tutti stinti tranne sette
mal tenuti e a tratti rotti

trotti afflitto mentre in fretta
note intoni, e intanto netti
tra trentotto ritte antenne
traballanti caminetti.

Di una povera madre che festeggia da sola il primo compleanno della figlia

Era la sera prima della prima primavera di Vera e la povera Piera, madre di Vera, senza avere mica una vera amica da invitare, da sola soleva sostare e sognare, come un re suole restare e regnare.
Altera e severa ma fiera, non doma alla soma di avere un’infante, ansante si accese tremante un incerto cero di cera nera.

L’aroma di pera di Roma della cera nera di Piera nell’aere s’infuse e luce diffuse: al lume di cera, già c’era la cena. Al piano di sotto, già cotto il risotto alle otto, pronto un decotto in un coccio un po’ rotto e rosso il cosciotto di porco, corretto col rosso il caffè, sorbì il suo sorbetto da sé.

La festa fu mesta tra il fumo e la brace, ma diede alla testa, e fu fonte di pace.

Per fortuna infuriava un fortunale

Per fortuna quella sera infuriava un fortunale. Stavano tutti chiusi in casa, alcuni stavano persino chiusi in casa a Chiusi (SI), altri, usi ad andar per case chiuse, eran chiusi in un casale a Casalino (NO), e infine qualcuno chiese chi fosse chiuso dentro la chiesa a Chiusa (BZ).
In un paese del pavese, i più tardi erano rimasti fuori tirando tardi per tirar petardi, i più scemi aspettavano che il temporale scemasse e intanto, barricati in un bar, ingannavano il tempo mettendo indietro gli orologi.
L’acqua scendeva copiosamente, secondo un copione già visto, come quando fuori piove, su qualche rinchiusa chiesa campana di campagna dove la compagnia, scampata alla tempesta, si accampa tra le campate, mentre il vento fa suonare le campane e l’acqua, greve, piove sulla pieve.
La pioggia era come un duro muro, che non lasciava passaggi per vedere il paesaggio; d’altronde se pure un passante fosse passato in un qualche momento del passato e si fosse posato un istante per riposare il passo pesante, avrebbe scorto sul lago solo un corto porto, sorto a lato dell’orto, tre case, una gru, e poco di più.
Vi vivevano venti vedove, e dove vedevi vedove vedevi vite vuote, vecchie chiatte e sfatte, adatte soltanto alla vita di mare, di amare incapaci per il tempo passato, di passato di verdura piene le loro giornate. Scambi e baratti di barattoli e marmellate; poche martellate per assestare assi dissestate, donne avvezze ai lavori manuali, mai con le mani in mano: maneggiavano magari maniglie e manubri davanti al maneggio, ma non rimanevano mai preda dell’inedia sedute su una sedia.
La pioggia scese, poi smise, e infine la vita riprese.