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Di papi, gatti e profezie

Oggi parliamo della profezia di Malachia.Malachia1

Malachia, lo premetto subito, NON è il gatto di Paperino, qui sopra, il cui nome originale è “Tabby” (cioè “Soriano”).

Malachia2E non è nemmeno Malachia, il profeta dell’Antico Testamento (a sinistra). Che peraltro forse non è nemmeno mai esistito, visto che “Malachia” significa genericamente “mio messaggero”. Il suo libro è stato scritto probabilmente nel VI sec. a.C. e denuncia (pur in chiave escatologica) come il culto a Gerusalemme sia degenerato in uno sterile formalismo abbandonando la sostanza.Malachia3

No, il nostro (San) Malachia è un vescovo irlandese del XIII secolo, riformatore della Chiesa irlandese e promotore del monachesimo. E’ quello qua a destra in una foto recente.

Ecco, uno dedica la vita a riformare, promuovere e santificare se stesso e gli altri e poi viene ricordato dai posteri per una cosa che non ha nemmeno fatto, e cioè la ben nota profezia che si diffonde a suo nome nel milleecinquecento, quasi milleesei.

Sgombriamo il campo da ogni dubbio: la profezia è un falso. E’ stata scritta nel XVI secolo per favorire nel conclave (tra l’altro, senza riuscirci) uno specifico cardinale orvietano. Per inciso: San Bernardo di Chiaravalle scrive una vita di San Malachia dettagliatissima e la profezia nemmeno la nomina; qualcosa vorrà pur dire, eh. Ci sono anche altri motivi di falsità legati alla cronologia dei papi e degli antipapi, basata su errori storici del 1400 (quindi Malachia avrebbe dovuto prevedere anche gli errori degli storici), ma lasciamo perdere.

Comunque, di cosa parla questa profezia e perché è tanto famosa?

Semplicemente, fa l’elenco dei papi del futuro (“ubi imus non indigent itinera“, questa vediamo chi la capisce), definendone ciascuno con una frasina latina ad effetto e che si adatta in maniera mirabile a qualche dettaglio sul corrispondente pontefice.

Almeno, questo vale fino al 1590, anno fino al quale tutte le descrizioni sono incredibilmente calzanti.

Prendo come esempio il primo della lista (Celestino II), “Ex castro tiberis“, che era appunto di Città di Castello, cioè proprio il “castello sul Tevere”, e così via: tornano tutti fino al 1590, anno in cui invece Malachia canna paurosamente la definizione “Ex antiquitate Urbis” (dalla Città antica, cioè – per antonomasia – Orvieto, Urbs Vetus), frasetta che si sarebbe dovuta riferire al papabile orvietano cardinal Simoncelli… e invece venne eletto al suo posto il varesotto Nicolò Sfrondati da Cremona (anche Cremona è una “città antica”, ma non mi pare basti).

Da lì in avanti, tira un po’ a casaccio usando definizioni generiche, che però in alcuni casi sono state incredibilmente azzeccate. Per questo motivo la profezia è tornata in auge, specie dopo il pontificato (ricordo, durato solo 33 giorni) di Giovanni Paolo I, definito appunto come “De medietate lunae“. Il riferimento alla luna, e quindi a un mese (e al nome del papa, che era “Albino”, cioè del colore della luna), è quasi incredibile, e da lì si sprecano le interpretazioni a posteriori per far tornare tutti i precedenti.

C’è da dire che questo non è comunque l’unico caso clamoroso. Per esempio Clemente X (“De flumine magno“) fu eletto in un giorno di piena del Tevere, Pio IX (“Crux de Cruce“) vide sovrapporre alla croce papale la croce sabauda con la presa di Porta Pia, e in molti (tra cui Paolo VI) portano nello stemma vescovile (quindi: precedente all’elezione papale) un riferimento alla profezia, eccetera eccetera. Non c’è da stupirsi se quindi Malachia mantenga tuttora un certo credito.

Comunque, ridendo e scherzando si arriva alla fine dell’elenco. L’ultimo papa della lista è “Gloria olivae“, che corrisponde a Benedetto XVI (una possibile interpretazione del motto riguarda il suo ritiro a vita monastica, secondo la regola benedettina, evocata anche nella scelta del nome; infatti i benedettini sono anche detti “olivetani”, ma concordo con voi se sostenete che sia un po’ una forzatura).

Quindi la profezia si chiude con una frase sibillina, che dice: “In persecutione extrema sacrae romanae ecclesiae sedebit Petrus romanus, qui pascet oves in multis tribulationibus; quibi transactis, civitas septis collis diruetur, ed Judex tremendus judicabit populum suum. Amen.

Non sto a tradurre tutto; in sostanza dice che durante la persecuzione finale siederà “Petrus romanus“; alla fine delle persecuzioni la città dei sette colli sarà distrutta e il tremendo Giudice giudicherà il suo popolo. Amen.

A questo punto, se si considera vera la profezia, si pongono diverse possibilità.

  1. La frase finale riguarda gli “ultimi tempi” ma non è direttamente consecutiva all’ultimo papa della lista. In tal caso, nel mezzo ci possono stare anche millemila papi che Malachia non ha previsto, e il nostro interesse finisce lì, anche perché “Petrus romanus” volendo vale come attributo generico per qualsiasi papa, che è successore di Pietro e vescovo di Roma.
  2. Come sostengono gli scismatici che non riconoscono l’autorità del Concilio Vaticano II, dal momento in cui è stato fatto detto Concilio i papi sono tutti illegittimi e quindi per adesso la serie è interrotta a Giovanni XXIII o a Paolo VI. Credo ci siano anche altre versioni che interrompono la legittimità dei papi in altri momenti storici precedenti; in tutti questi casi, la serie è dunque “in pausa” e tocca aspettare che l’ortodossia torni a prevalere per poter continuare. Boring.
  3. “Petrus romanus” è il papa attuale.

Ovviamente quest’ultima è la possibilità più interessante, se non altro per le conseguenze che si porta dietro, tipo, che so, la distruzione di Roma e il giudizio universale.

Ma questa definizione è calzante con Bergoglio? Cioè, è calzante oltre il banale “è Pietro perché è successore di Pietro, è romano perché vescovo di Roma” (“e grazie al cazzo”)?

In effetti, sì, è molto calzante. Per tre motivi che vi elenco qui di seguito.

  1. Durante il discorso dal balcone, Papa Francesco non ha mai parlato di se stesso come di “papa”, ma sempre e solo come di “vescovo di Roma”. Ha anche definito Benedetto XVI “vescovo emerito” e non “papa emerito”. Non è un fattore da poco, anche in termini teologici e pastorali. Diciamo che negli ultimi secoli il fattore “romano” non è mai stato presente come adesso.
  2. L’origine del cognome piemontese “Bergoglio” deriva dall’antica località quasi omonima (“Bergolio”) dell’alessandrino, che sappiamo da un documento del 1496 essere stata minacciata da una piena del fiume Tanaro a meno che non fosse stato costruito un argine. Ora, guarda caso, il “bergolo” in italiano è proprio un gabbione di vimini che viene riempito di sassi e immerso nei fiumi per rinforzarne gli argini. L’analogia con l’episodio evangelico in cui Gesù dà a Simone il nome di “Cefa” (cioè “Pietro”) è evidente: il compito di Pietro (e dei suoi successori) è quello di essere pietra su cui edificare la Chiesa, e di essere colui che ha il compito di “confermare” i fratelli nella fede. Il rinforzo dell’argine come metafora di rimettere in carreggiata una Chiesa minacciata dalla piena è evidente, e “Petrus” è quindi estremamente calzante, sia dal punto di vista etimologico sia da quello simbolico.
  3. La scelta del nome di “Francesco”; al santo omonimo, patrono d’Italia, e che era peraltro figlio di Pietro Bernardone, il Crocifisso di San Damiano chiese di “riparare la mia Chiesa”. Questo mi pare un ulteriore elemento a supporto del punto precedente: fin dal nome appare come punto programmatico del nuovo papa di essere colui che rinforza gli argini di una Chiesa malandata. Per inciso, Pietro fu crocifisso a testa in giù, e anche qui è forte l’analogia con San Francesco, “giullare di Dio”, colui che dalla conversione uscì “sottosopra”.

Quindi, concludendo. Papa Francesco è “Petrus romanus”, sta per cominciare la persecuzione finale, quindi Roma sarà distrutta e verrà il giudizio universale.
Se ancora non ci credete ricordatevi che lui l’ha proprio detto esplicitamente: “Vengo dalla fine del mondo”.

Il mio consiglio è perciò quello di approfittare dell’indulgenza plenaria offerta dal papa al momento dell’elezione. Le condizioni di validità sono sempre le stesse di tutte le indulgenze plenarie: confessarsi, comunicarsi e pregare secondo le intenzioni del papa entro i 7 giorni successivi.

Fenomenologia di Heidi

Allora, c’è questa serie a cartoni animati che in Italia tutti conoscono, tratta da un libro che nessuno ha mai letto. Parliamone.

Zia Dete

Heidi perde entrambi i genitori in tragiche circostanze di cui non siamo a conoscenza (però il libro le racconta), ma per fortuna ha una zia disposta a prendersi cura di lei, la zia Dete. Essa ha lo spirito della donna pratica, e non ama girare intorno ai problemi, ma risolverli. Trovarsi Heidi in affidamento è effettivamente un piccolo problema, visto in particolare che l’affidamento spetterebbe al nonno e la povera Dete lavora in città, a servizio di ricchi nobiluomini, e non può certo portarsi in giro la nipotina. Insomma, il nonno deve smetterla di fare i capricci, tornare sulla terra e prendersi le sue responsabilità. Certo, quel burbero ottuagenario non è la compagnia migliore per la piccola, ma basterà lasciargliela quel po’ di tempo necessario per trovare anche alla piccola una dignitosa sistemazione a Francoforte come dama di compagnia. La zia Dete sì che pensa al futuro, prepara alla piccola orfana anche una tranquilla carriera, meno male che c’è lei.

Nonno

Il nonno di Heidi è un uomo deluso dalla vita e dalla gente; ha perso tutti gli affetti e si è ritirato in una baita con le palle girate. Non vuole una bambina tra le scatole soprattutto perché è consapevole di non essere in grado di darle una vita dignitosa. Facendola crescere con lui, otterrà solo di farla venire su come una pecorara disadattata, e lui non lo vuole. Perché farle scontare anche tutte le sue incazzature?

Peter

Anche Peter vuole bene ad Heidi, e soffrirà molto quando lei dovrà partire. Soffrirà molto anche quando tornerà e mostrerà di preferire la compagnia di Clara alla sua. D’altra parte, Peter è un ragazzo cresciuto sui pascoli in mezzo alle pecore, quindi magari tutto questo affetto per Heidi è frutto della solitudine, ma soprassediamo su questi dettagli.

Nonna di Peter

Ci saranno anche altre persone che soffriranno per la partenza di Heidi, per esempio la nonna di Peter, una vecchia sola e che rimpiange il passato. Ella sogna di mangiare pane bianco invece che pane nero e vorrebbe tanto passare il tempo in qualche modo ma è diventata praticamente cieca. Heidi le legge le fiabe, le tiene compagnia e ride alle sue battute: meglio di una assistente sociale, che nessuno si provi a levargliela o per ripicca trattiene il fiato fino a morire. Cosa che in effetti fa.

Clara

Clara è una ricca disadattata, orfana di madre e praticamente abbandonata dal padre. Essendo ricca dovrebbe frequentare solo i suoi pari, ma i suoi pari non possono frequentare una paralitica poliomielitica perché in fin dei conti si sa che certe cose non si fanno. A parte questo, Clara ha tutto quello che vuole e forse qualcosa di più; condividerlo con la povera Heidi, orfana di montanari, è un atto di generosità spiccato. Clara è quasi in età da marito, Heidi è più piccola; ma visto che il marito non lo può avere, si accontenta di una bambolina da compagnia che la faccia sentire più piccola della sua età, visto che crescere con un handicap non è mica divertente. Incomprensibili in effetti le lamentele della piccola e la nostalgia della melma in cui viveva prima.

Herr Sesemann

Il signor Sesemann è un uomo senza le palle necessarie per prendersi cura di una bambina handicappata. E allora si rifugia nel lavoro, chiudendo sua figlia in una gabbia dorata e cercando di non farle mancare nulla; peraltro, non le fa mancare neppure una dama di compagnia. Il signor Sesemann vuole bene perciò anche a Heidi, perché ha un influsso positivo su Clara, e alla fine la porta persino in montagna d’estate per farle un favore; perché, sì, dai, in fondo se lo merita.

Sig.na Rottenmeier

Una persona che sa bene come si sta in società è ovviamente la signorina Rottenmeier. Molti pensano che lei sia la cattiva della serie, solo perché è la meno simpatica. Ma a ben vedere è l’unica a non chiedere qualcosa a Heidi. Anzi: ci tiene a fare bene il suo lavoro educando sia lei che Clara come perfette dame dell’alta società, perché non abbiano a trovarsi male in futuro. Essendo le due una pecorara e una paralitica, la linea dura è ahimè necessaria. La povera signorina è incompetente nel suo lavoro, questo magari è vero, e forse avrebbe bisogno di abbandonare il suo status di signorina per arrotondare alcuni spigoli caratteriali, ma perché fargliene una colpa? Per inciso, la signorina Rottenmeier è l’unica a incazzarsi con la zia Dete quando le porta una bambina troppo piccola come dama di compagnia.

Nonna di Clara

Ma per fortuna che sulla scena a un certo punto irromperà il personaggio risolutore: una vecchia annoiata dalla vita, priva finalmente di responsabilità, con tanto tempo a disposizione e tanti soldi da spendere, e che tra un giro del mondo e l’altro non trova niente di meglio da fare che atteggiarsi un po’ a buona samaritana in favore di Clara, in quanto suo padre non è capace di tirare su la povera piccola menomata. E così la signora Sesemann arriva, stravolge tutto, si fa i cazzi di tutti gli altri e alla fine riesce pure a instillare in Clara la voglia di andare per monti, con il risultato che meno male che c’è Heidi che la salva, sennò tutti i problemi sarebbero stati risolti con la morte della giovine e amen.

Heidi

E infine c’è Heidi, che tutti tirano qua e là come una coperta troppo corta perché le vogliono un sacco di bene. Ma in fondo, del fatto che lei scappi per salire in cima alla torre più alta di Francoforte per scoprire se riesce a vedere ancora le montagne, non gliene frega una mazza a nessuno.

E’ una serie senza cattivi, in cui tutti i personaggi si sentono perfettamente buoni e dalla parte giusta, ed è perciò una perfetta metafora della condizione umana: i desideri umani sono il motore e la giustificazione per ogni nostra azione, ma anche di ogni nostra frustrazione e sofferenza.